Perchè meditare- La meditazione Vipassana meditazione

La meditazione Vipassana

Un articolo di Stefano Scaccianoce, Comitato Scientifico Upe

Riprendiamo l’argomento relativo alla concentrazione e su come durante la meditazione, la nostra mente possa essere “distratta”.

Come già detto possiamo dividere ciò in cui la mente si concentra in “oggetti”.

L’oggetto che è al centro della pratica (per esempio il movimento dell’addome) è chiamato “l’oggetto primario”.

Un “oggetto secondario” è qualsiasi altra cosa che sorga nel tuo campo di percezione – attraverso i cinque sensi, oppure attraverso la mente (pensieri, ricordi, sentimenti).

Se un oggetto secondario aggancia la tua attenzione e la allontana, o se fa apparire il desiderio o l’avversione, devi concentrarti sull’oggetto secondario per un momento o due, etichettandolo con una nota mentale, come “pensiero”, “ricordo”, “preoccupazione”, “desiderio”.

Questa pratica è spesso chiamata “notazione”.

Durante la meditazione vipassana, dunque, non devi rincorrere l’assenza di pensiero cosciente; non è quindi il vuoto mentale anzi è una vera e propria esplorazione.

Samatha è il punto dal quale la mente si può allontanare per qualche secondo per poi fare ritorno ed è la condizione di base necessaria per poter lasciare che la mente vada in esplorazione del reale, raggiungendo un livello di conoscenza e consapevolezza sempre più profondo.

L’importante è annotare ciò che ci circonda.

Una nota mentale identifica un oggetto in generale, ma non nei dettagli. Quando un suono ti disturba, ad esempio, etichettalo come “udito” invece di “auto”, “voci” o “cane che abbaia”. Se si verifica una sensazione spiacevole, annota “dolore” o “sensazione” invece di “mal di schiena”. Quindi riporta la tua attenzione all’oggetto della meditazione primaria.

L’etichettatura della notazione dovrà essere il più generica possibile per sottolineare la differenza con l’oggetto primario che dovrà essere analizzato sempre più profondamente.

In questa fase acquisirai la “concentrazione di accesso”, che ti permetterà di rivolgere totalmente l’attenzione all’oggetto primario della pratica. Osservalo senza attaccamento, lasciando sorgere pensieri e sensazioni che gradualmente scompaiono spontaneamente. L’etichettatura mentale è spesso usata come un modo per impedirti di essere trascinato via dai pensieri e per vederli oggettivamente.

Questo sarà anche un modo per riuscire a tenere sotto controllo, nel quotidiano, quei pensieri negativi che tendono a ripresentarsi con frequenza nella tua mente.

Svilupperai così una visione chiara dei fenomeni che osservi e che sono pervasi dai tre “segni dell’esistenza”: impermanenza (annica), insoddisfazione (dukkha) e impersonalità (annata).

Di conseguenza la pace e la libertà interiore si svilupperanno spontaneamente in relazione a questi input…ma questo è un altro aspetto della meditazione che per ora non voglio approfondire.

La pratica è essenziale e non ha limiti di tempo nè di luoghi: trovare 5 minuti durante una giornata di 24 ore credo sia alla portata di tutti.

Ricapitolando, la pratica ha come “oggetto primario” il respiro e la “notazione” degli “oggetti secondari”.

Comprendo che non è semplice stare comodamente seduti a respirare ma credo sia un costo accettabile per imparare almeno a gestire i pensieri.

Per i più temerari che avranno la forza di impegnarsi per più di 20 giorni consecutivi  garantisco la possibilità di comprendere la realtà dell’universo;)

Comitato Scientifico UPE

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