infinito di leopardi

200 anni di INFINITO di Giacomo Leopardi

Un contributo di Denise Silvestri

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi

Lo scorso dicembre 2019 l’Infinito ha compiuto 200 anni dalla sua composizione. Leopardi, oltre ad essere uno dei più illustri  scrittori Italiani dei precedenti secoli, è anche annoverato dai maggiori studiosi come filosofo. Egli infatti si può considerare come un precursore dell’Esistenzialismo.

Sottolineata la sua importanza all’interno del panorama letterario e filosofico, vorrei concentrarmi sul grande lascito che Leopardi ci ha donato non solo in ambito letterario ma anche comunicativo e di crescita personale.

Leopardi ci invita ad uscire fuori di noi, a essere osservatori oltre le forme pensiero che siamo abituati ad abitare. Ci invita a lasciare andare tutto: convinzioni, paure, identificazioni, pensieri ed emozioni: ad essere, senza fingere e sforzarci nel pensiero.

 

La mente, come si è solito dire, mente e ciò lo sapeva bene il nostro poeta: quanto può portarci lontano dal QUI E ORA. Nella parte iniziale del componimento descrive con estrema poeticità le sensazioni dell’essere presenti a se stessi e di come si riesca ad andare oltre tutte quelle sovrastrutture che animano la nostra mente, la nostra stessa forma pensiero.

L’osservatore diventa scrutatore dell’animo umano fino a che esso non si abbandona alla sua stessa essenza e si fonde tutt’uno con la natura. Riesce ad assaporarne e coglierne anche le più sottili sfumature, come il movimento di un filo d’erba.

Possiamo dire che qui il poeta usa il linguaggio dell’amore, una delle nostre 8 modalità di comunicazione. Non esiste più separazione e dualismo, esiste l’UNO nella sua completezza. L’UNO in cui si riconosce quella scintilla di divino che regna in noi e non conosce IO.

Negli ultimi versi recita “[…] tra questa immensità s’annega il pensier mio”: Leopardi descrive perfettamente la resa di sé che gli consente di accedere in modo totalizzante a questo dolce infinito.

 

Non mi meraviglio che dopo 200 anni la sua potenza comunicativa resti e parli ancora al cuore di tutti noi. L’ infinito è un invito a viaggiare, a lasciarci andare e a scoprire l’immensità che regna dentro di noi, a scoprire chi siamo e forse a capire da dove veniamo.

Dedico questo articolo a William Giangiordano, docente C.U.I. per i suoi insegnamenti e la sua formazione, che mi ha consentito di imparare a comunicare con maggiore efficacia e presenza.

Denise Silvestri

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