Ritornare al mondo - parte 1 diario covid

Ritornare al mondo - parte 1

È giovedì mattina, sono le 5.50 e suona la sveglia per riprendere il lavoro.

Non è faticoso alzarmi per andare a lavorare anche se sono un po’ emozionata dopo circa un mese che manco.

Mi preparo ed esco: è una sensazione strana ritornare al mondo.

Arrivo al lavoro e trovo tanti colleghi che mi chiedono come sto e mi danno il ben tornata.

Mi sono resa conto di quante persone mi vogliono bene e ho percepito che ogni volta che mi hanno chiesto non è mai stato per buona educazione ma sono sempre stati tutti sinceri.

Il mio turno inizia nel reparto di laboratorio analisi a fare i prelievi. Le persone vengono, si siedono e tu procedi a fare il prelievo. Sono piccoli momenti ma molto intensi anche perché le persone sono cariche di emozioni: c’è chi ha paura, chi ha fretta, chi non ha fiducia, chi ha bisogno di parlare perché sempre solo… e tu sei lì che ascolti e nel frattempo devi fare il prelievo… e fatto bene.

Dopo circa un’ora di lavoro mi sento affaticata, insomma più lenta nei movimenti rispetto al mio standard e con affanno. Mi dico “vai piano, ascolta il tuo corpo, le persone avranno un po’ più di pazienza”. Faccio così, seguo i tempi dettati dal mio corpo.

Il dover rallentare in questo tempo mi ha permesso di vedere cosa mi spingeva ad andare velocissima: c’era sicuramente il non voler far aspettare le persone in piedi ma c’era anche il mio voler dimostrare di essere brava ed efficiente, anzi la più brava!!!

Ho anche riflettuto che aspettare fa bene anche alla persona che è dall’altra parte, perché magari deve coltivare la pazienza.

Quindi sono arrivata alla conclusione che ogni cosa è utile, basta uscire dal giudizio di me.

Ora il mio affanno, che persiste anche quando cammino o parlo un po’ di più, mi costringe a stare nel qui ed ora, a prendermi il tempo che mi serve per fare qualsiasi cosa.

Certo mi da fastidio, come essere operativa all’80% , restare indietro mentre gli altri camminano, essere più lenta, insomma imperfetta.

Un amico mi ha detto che “noi siamo perfetti perché siamo imperfetti” e mai come adesso sento questa affermazione vera: nell’essere imperfetta mi vedo perfetta e accetto come sono perché sono bella, sono una brava persona che cerca di portare luce intorno e dentro di sé. Sono fiera di questo perché non è sempre semplice.

Arriva una signora giovane impaurita, così uso la tecnica di distrarla e farla parlare del suo piatto preferito. Lei parla ed io faccio. La donna è meravigliata perché di solito si sente male. Così le spiego che, spostando il pensiero dalla sua paura ad un’altra cosa, ha ottenuto questo risultato.

Poi le consiglio di rintracciare l’episodio che le ha scatenato la paura di fare i prelievi, e di emettere amore. Lei mi dice che lo farà e mi racconta di avere una sclerosi multipla sotto controllo da anni.

Allora le propongo di fare esercizio di “emetto amore per spostare il pensiero dalla malattia alla guarigione”, lei è entusiasta e mi dice che ci proverà e che tra quattro mesi, quando tornerà per il controllo, mi dirà com’è andata.

Sono entusiasta, ho seguito il mio sentire e so di aver fatto la differenza per lei. Io sono perfettamente in linea con me quando faccio questo. Ascolto l’altro,la sua richiesta di aiuto, mi allineo con una parte di me che sa quello che è giusto dire o fare. È strano da spiegare ma funziona così: è come se io diventassi una cosa unica con me, mi sento sicura e so che quello che dico è giusto. Mi fido fortemente di me. Funziona perché l’intento puro è aiutare l’altro.

Continua…

Monica Franco

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