Cervello ed emozioni

A cura di Martina Pierdomenico
Voce di Chiara Lenzi

La condivisione delle emozioni come meccanismo evolutivo

L’essere umano è un animale sociale e la condivisione delle emozioni rappresenta un pilastro fondamentale nella costruzione e nel mantenimento dei legami tra individui, che agisce come un collante, rafforzando il senso di appartenenza a una comunità. A livello evolutivo, la condivisione sociale delle emozioni ha costituito per l’uomo un meccanismo adattativo essenziale, permettendo ai gruppi di reagire in modo coordinato a minacce o opportunità, favorendo la regolazione delle interazioni sociali e la costituzione di norme di convivenza condivise.

Eppure oggi, tra le grandi imprese umane, la più ardua è parlare delle proprie emozioni, soprattutto di quelle che ci provocano sofferenza.

Perché ci è difficile esprimere le emozioni

Viviamo in una società che sembra volerci sempre perfetti e sorridenti e che tende a stigmatizzare le emozioni “negative”, come la rabbia, tristezza, vergogna o paura. Già l’utilizzo del termine “negativa” sembra rimarcarne l’ostilità. È innegabile che sperimentare alcune emozioni è spiacevole, e questo può portare talvolta a volerle nascondere o sopprimere.

Ci sono diversi fattori che possono inibirci nell’esprimere i dolori intimi, dai condizionamenti legati all’educazione, alla paura del giudizio, rifiuto o incomprensione da parte dell’altro. A volte ci risulta persino difficile dare un nome a ciò che proviamo. Possiamo pensare che mostrare le nostre vulnerabilità sia un segno di debolezza o credere che siamo gli unici a sentirci fragili o inadeguati.

La fallimentare strategia del “tenersi tutto dentro”

E così una strategia a cui spesso si ricorre è quella di tenersi tutto dentro; chiudere ciò che ci causa sofferenza in uno “scrigno” a cui non consentiamo l’accesso a nessuno.

Ma le emozioni soppresse non spariscono e continuano ad agire in noi. Non importa quanto siamo bravi a nasconderlo all’esterno, se sperimentiamo un’emozione dolorosa, il nostro cervello, e in particolare l’amigdala (specializzata nel rilevare pericoli e gestire emozioni intense come rabbia e paura), risulterà comunque eccitata, inviando segnali di allarme.

Nel tempo, le emozioni chiuse nel nostro “scrigno del dolore” possono aumentare la loro intensità, affinché siano riconosciute, ascoltate e accolte. A lungo termine, i disagi emotivi repressi possono manifestarsi attraverso il corpo, con disturbi fisici senza un’apparente causa organica ma legati alla somatizzazione.

I benefici della condivisione delle emozioni

Quante volte ci siamo sentiti dire “sfogati”, “non tenerti tutto dentro”, “parlane con un amico”… Sembra banale, ma condividere le emozioni è il primo passo verso la liberazione da ciò che ci affligge.

Diversi studi hanno osservato come già il solo riconoscimento consapevole di un’emozione negativa – il dargli un nome – la depotenzia, riducendo la reattività dell’amigdala.

Nella condivisione di emozioni ed esperienze, il cervello rilascia dopamina, creando un senso di piacere legato alla connessione con l’altro. Inoltre, l’attivazione dei neuroni specchio, che permettono al nostro cervello di replicare mentalmente l’emozione vista, ci permette di risuonare con l’altro, facilitando la comprensione profonda e l’empatia.

Conclusioni

Aprire il proprio “scrigno del dolore” può far paura, perché implica sentirci vulnerabili, ma allo stesso tempo è un atto catartico, che ci libera. Certo, richiede coraggio, la cui etimologia da -cor cuore, indica sostanzialmente fare cose che rivelino (a te innanzitutto) il tuo cuore, ovvero la tua autenticità.

Condividere le sofferenze intime che celiamo al mondo comporta essere disposti ad accoglierci con gentilezza, senza colpe o giudizio. Questo ci permette di costruire rapporti autentici non solo con gli altri, ma soprattutto con noi stessi.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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