Sport Stories

di Momo Niang

Bill Russell

 

Oggi facciamo un passo indietro. E lo facciamo sia a livello temporale, sia per quel che riguarda il parlare di sport. Perché nell’articolo di oggi, lo sport è solamente un tramite, un qualcosa che permette attraverso il proprio corpo di far passare un messaggio più grande, IL più grande: la nostra uguaglianza.

Ed è un qualcosa che tocca e unisce tutti, ma proprio tutti noi.

Noi che viviamo in un paese che consideriamo civile, ma che ha fatto dell’inciviltà il proprio pane quotidiano; noi che viviamo in un periodo in cui i diritti umani sono calpestati, in cui il razzismo è servito su ogni forma di mezzo di comunicazione, in cui una qualsiasi persona si sente in diritto di provare odio verso persone che considera “diverse”, senza rendersi conto che quello che i “diversi stanno facendo” altro non è che ciò che venne fatto dai propri antenati un secolo fa.

Noi che siamo fermi ed immobili di fronte a tutta questa crudeltà, che ha raggiunto le nostre forme di governo e che sta dilagando in paesi europei e oltreoceano, senza opporci ed imporci.

Stiamo tornando indietro, ricalcando passi di persone innominabili, che sembrano così tanto lontane e sepolte nel tempo, quanto vicine e vive negli ideali odierni.

Prendiamo una boccata d’aria da tutto ciò che troppo spesso invade le nostre giornate, le nostre notizie e la nostra mente.

Facciamolo ripercorrendo la vita e carriera di un’icona sportiva riconosciuta da tutti gli amanti dello sport.

 

Parliamo dell’uomo che attraverso il basket, ha vinto più di qualsiasi altro sportivo negli Stati Uniti d’America, e soprattutto, che ha trovato nella pallacanestro una voce e una via per riportare sotto gli occhi di tutti l’uguaglianza che ci accomuna.

Parliamo di Bill Russell.

 

“Il basket è l’unico sport che tende al cielo. Per questo è una rivoluzione per chi è abituato a guardare sempre a terra.“ 

(Bill Russell)

 

 

William Felton Russell, soprannominato “Bill”, nasce il 12 Febbraio del 1934 in Louisiana.

Nascere negli anni ‘30 in Louisiana, stato segregazionista, ed essere un ragazzo di colore, vuol solamente dire una cosa: essere bersaglio di razzismo. Siamo in un’epoca storica in cui vige il primato dell’uomo bianco, e ogni persona di colore è considerata appartenente ad una razza inferiore.

I suoi primi anni sono quelli di un bambino senza diritti, che vede il padre, il classico “bravo ne(g)ro” lavoratore dei campi del sud, che viene continuamente maltrattato dalla comunità bianca. Il giovane Bill passa da spettatore a protagonista del duro trattamento che gli afroamericani dovevano ricevere: bar e ristoranti in cui i neri non potevano entrare, fontane divise per i bianchi e per i “colorati”, sguardi pieni di odio, mormorii e insulti.

È costretto a crescere in fretta e tutte queste difficoltà contribuiscono a forgiare il suo carattere, a renderlo duro, affamato di rivalsa, ma soprattutto ad instaurare nella sua testa un seme che gli cambierà la vita: il seme della vittoria. Vittoria contro tutto e tutti, a qualsiasi costo.

Si approccia al mondo del basket in maniera particolare, per lo più perché molto longilineo, anche se gli sport in cui eccelle sono il salto in alto e la corsa.

Inizia a giocare, gira diversi palazzetti negli Stati Uniti e in molti di essi lui e i suoi unici due compagni afroamericani, ricevono insulti, gli vengono lanciati oggetti; sono odiati perché non è normale (e nella testa di molti giusto) vedere un ragazzo di colore giocare a basket.

Ma la grandezza di Bill è tutta nel suo cervello. Capisce che l’unico modo per zittire quel pubblico è dimostrare il suo valore sul campo, e lo fa annientando prima mentalmente e poi sportivamente gli avversari, quegli avversari bianchi. Dimostra nello sport, dove si toccano le corde competitive di qualsiasi essere umano, di non essere inferiore per via del colore della sua pelle e affronta a viso aperto, con coraggio, la concorrenza bianca, ma mai mancando di rispetto o mostrando odio represso.

Cerca di mettere fine ad un’era di violenza e odio, e usa il campo da basket come palcoscenico per trasmettere il messaggio al suo pubblico.

Non è l’uomo più talentuoso e tecnico che abbia mai calpestato un parquet, ma è sicuramente il più intelligente e all’avanguardia che ci sia mai stato.

Quello che per lui conta è vincere, vincere e vincere. Vincere non solo sul campo, ma nella vita.

Vincere per la vita.

Lo fa in un modo tutto suo e unico, ovvero dominando psicologicamente gli avversari. Non è l’uomo che segna tanti punti, ma quello che impedisce agli avversari di farne.

Perché dentro e fuori dal campo:

 “L’idea non è di bloccare ogni tiro, ma quella di far credere agli avversari che tu possa bloccare ogni loro tiro”.

(Bill Russell)

La sua difesa, i palloni rubati, la sicurezza che dà ai compagni e il senso di impotenza che infonde negli avversari, sono patrimonio storico delle squadre di college e soprattutto della squadra NBA in cui ha giocato, i Boston Celtics, con cui ha segnato la dinastia più vincente che ci sia mai stata fino ad oggi nella lega. In tredici anni ha vinto UNDICI campionati. UNDICI. Mai nessuno come lui.

A Boston oltretutto, è il primo allenatore afroamericano a sedersi su una panchina per dirigere una squadra di NBA e di qualsiasi team nel panorama sportivo statunitense.

Ma oltre ai titoli statistici, oltre i numeri, oltre i traguardi, è un attivista per i diritti civili e pioniere della lotta al razzismo: marcia a fianco di Martin Luther King nella famosa marcia per il lavoro e la libertà, mostra la via agli afroamericani, dimostra che si può uscire da quella spirale di crudeltà e ingiustizia di cui sono vittima. E lo fa guadagnandosi il rispetto delle persone bianche e afroamericane in egual modo; per la sua eleganza, la sua incredibile forza interiore, e le sue vittorie su tutto e tutti; dentro e fuori dal campo.

Nel 2009 il premio per il miglior giocatore delle finali NBA è intitolato a lui, il “Bill Russell NBA Finals Most Valuable Player Award”.

Nel 2011 riceve da Barack Obama la più alta onorificenza che il Presidente degli Stati Uniti possa concedere: la medaglia Presidenziale della Libertà.

Ancora oggi, ad ogni partita NBA cui partecipa da spettatore, il rispetto tributatogli dai giocatori ed ex è indescrivibile.

Nessuno di loro dimentica, nessuno di loro dà per scontato quello che in anni e anni è stato costruito e lasciato ai posteri: il riscatto sociale volto all’uguaglianza e la libertà per ogni individuo, di qualsiasi religione, colore, nazionalità.

Grazie dell’esempio Bill.

Può interessarti anche...

Derrick Rose – Il figlio della città del vento
Giacobbe Fragomeni – La fenice italiana.
LeBron James – The Chosen One

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.