Mexico 68

The Power of Freedom

Siamo giunti all’ultimo capitolo del nostro percorso all’interno del mondo dello sport.

Spero sia stato appassionante, intrigante e che abbia stimolato riflessioni sull’importanza di questo universo che può esser un tramite per mostrare emozioni che abbiamo racchiuse dentro di noi, un collante che può unire mondi e culture diverse, una passione che può salvare vite.

Nello scrivere dei grandi atleti e delle icone più volte ho avuto i brividi nel constatare la grandezza di questi uomini prima ancora dei campioni, delle loro gesta e dei tantissimi atleti che sono rimasti tagliati fuori per il semplice motivo che non mi basterebbe una vita per potervene parlare.

Ma quello che sicuramente posso fare è dire un enorme GRAZIE. Perché grazie alla visione che hanno avuto e che tuttora diversi sportivi hanno si è reso possibile aprire porte, creare legami e connessioni che tuttora potrebbero non esistere.

 

L’ultima tappa credo sia anche la più attuale per il periodo storico che stiamo attraversando.

1968.

L’Olimpiade più controversa nell’anno più controverso che ci sia mai stato stava per iniziare, a Città del Messico.

Pochi mesi prima iniziava la Primavera di Praga, Martin Luther King Jr e Robert Kennedy venivano brutalmente assassinati, in Sudafrica continuava l’uccisione di uomini di colore sotto le leggi dell’Apartheid, in Vietnam proseguiva l’eterna guerra e a Città del Messico una decina di giorni prima dell’inizio dell’Olimpiade, una pacifica protesta di studenti che sottolineava l’immane spesa per la costruzione di impianti sportivi veniva sedata dall’allora governo con una strage per mano della polizia (massacro che venne insabbiato dai capi politici ma che grazie alle testimonianze dei sopravvissuti, tra cui la meravigliosa giornalista italiana Oriana Fallaci, fu riportata a galla).

 

Tommie Smith e John Carlos erano due (all’apparenza) normalissimi ragazzi afroamericani, il primo di 24 anni e il secondo di 23, che rappresentavano la propria nazione nei 200 metri piani.

Non li definirei normalissimi perché entrambi correvano veloci come delle schegge, ma soprattutto avevano fame e voglia di rivalsa su un paese di cui rappresentavano i colori a stelle e strisce ma che non li aveva mai considerati cittadini al pari degli uomini bianchi.

Questa fame li portò a vincere un oro e un bronzo olimpico di categoria;

Tommie Smith vinse e fu il primo uomo sulla terra a scendere sotto i 20 secondi sui 200 metri stabilendo un nuovo record del mondo ma soprattutto…

segnarono un’immagine, L’IMMAGINE simbolo di protesta del XX secolo.

 

 

Sul podio Tommie Smith e John Carlos non appena iniziò a suonare l’inno statunitense, alzarono il pugno chiuso in un guanto nero, abbassando lo sguardo verso terra. Entrambi erano scalzi indossando calze nere per rappresentare la povertà del popolo afroamericano, una sciarpa era stretta in torno al collo di Tommie e la tuta di Carlos era sbottonata in segno di solidarietà ai lavoratori americani con una collana di pietre simboleggianti le stesse usate nei linciaggi razziali.

Anche il secondo arrivato, un ragazzo australiano bianco di nome Peter Norman, si unì coraggiosamente anche se in maniera meno vistosa indossando una spilla dell’Olympic Project for Human Rights (OPHR, l’associazione cui appartenevano anche Smith e Carlos).

Sapevano tutti e tre che il rischio di un responso negativo era alto, ma la forza di quell’ideale di uguaglianza e di un mondo privo di inutili barriere e odio, era più forte.

Questo per me è saper vivere, questo è crescere, questo è non avere paura di ritorsioni per quello che sei e pensi ma soprattutto è credere in ciò che si prova, credere nel cambiamento e in un futuro che altro non è che le azioni messe in pratica nel presente.

In inglese si usa un’espressione che trovo bellissima: “get comfortable being Uncomfortable” ovvero “impara ad essere a tuo agio nelle situazioni di massimo disagio”; impara a modellarti in base alle situazioni che si presentano ma senza mai far sì che il tuo percorso possa esser fermato: proprio come un corso d’acqua che continua a scorrere, si modella in base al paesaggio che lo circonda ma non cessa mai di scorrere e di esser quello che è.

I due statunitensi vennero esclusi dalla squadra olimpica e dai giochi.

Tornati in patria da una parte avevano il popolo afroamericano che li accolse come eroi, dall’altra una grossa parte della popolazione che li evitò, si arrabbiò per l’immagine che avevano dato alla nazione e che li minacciò di morte.

L’australiano Norman tornato a casa ricevette lo stesso trattamento, venne emarginato e boicottato; gli fu impedito di partecipare alle olimpiadi del 1972 e persino in occasione delle Olimpiadi di Sidney 2000 non venne invitato.

Negli anni, le loro proteste e i loro ideali vennero premiati con diversi premi ed onorificenze, ma penso che vedere finalmente un mondo che si avviava a sradicare principi di diseguaglianza sia stata la cosa più importante per loro.

Al funerale di Norman nel 2006, tra gli uomini che trasportavano il feretro dell’australiano vi erano Smith e Carlos che mai dimenticarono quanto fatto da quel ragazzotto bianco per loro.

 

Sembra ormai passata una vita da alcuni buchi neri di umanità ma sottolineo che tutto questo è successo nel 1968. Non nel 1868. Non nel 1768.

Lo sottolineo perché se è vero che dalla storia dobbiamo attingere trovo raccapricciante il fatto che solamente 50 anni dopo continuino ad aver voce persone che rappresentano una nazione proponendo di costruire muri, chiudere porti, creare paura di qualsiasi cosa “diversa” da standard creati non si sa bene da chi.

L’essere umano vive di relazioni interpersonali e tutta questa paura che genera odio altro non porta che la totale restrizione del campo relazionale degli uomini che sempre di più si sentono soli, incompresi e abbandonati a sé stessi.

Se il bene dell’essere umano è l’unico fine perseguibile, iniziamo a perseguirlo eliminando qualsiasi sorta di confine, di differenziazione e segregazione.

Iniziamo a provare il vero amore verso il prossimo.

Peace.

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“La tragedia non è morire, ma dimenticare.”
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