Sport Stories

di Momo Niang

Bebe Vio

Senza limiti

Lo sport va a cercare la paura per dominarla, la fatica per trionfarne, la difficoltà per vincerla.”
(Pierre de Coubertin)

 

L’articolo di oggi ha come intento quello di far brillare una parte del mondo sportivo (e non solo) che ancora non ha il riconoscimento che si merita; una parte che per anni è stata emarginata, non riconosciuta e che non ha goduto dei medesimi diritti di altri “compagni sportivi” non tanto per il numero di vittorie e risultati conseguiti, quanto più per una logica senza logica di principio di forza.

Parliamo del mondo delle atlete femminili. Un mondo con mille sfaccettature alla pari di quello maschile; un mondo che regala dolori per una sconfitta e gioie per una vittoria, fatto da atlete disposte al sacrificio di ogni giorno per superare i propri limiti.

Negli anni, le atlete italiane sono state e sono tutt’ora fonte di successo: da Josefa Idem (campionessa mondiale e olimpica nel Kayak individuale) agli ori olimpici e mondiali di Federica Pellegrini (miglior nuotatrice della storia italiana), il successo al Rolland Garros di Francesca Schiavone (prima tennista italiana ad aver vinto un torneo del Grande Slam) o ai più recenti ori alle Olimpiadi Invernali di Arianna Fontana (pattinatrice di Short Track) e Sofia Goggia (sciatrice Italiana che proprio mentre scrivo ha collezionato un argento ai mondiali di Are, in Svezia).

Tutti questi successi contribuiscono a dar entusiasmo e risollevare l’immagine dello sport femminile, in questo caso italiano, ma allo stesso tempo fanno riflettere sugli ostacoli e i paradossi che sono stati e tutt’ora sono presenti; basti pensare che ancora ad oggi le donne non abbiano accesso ad una legge dello stato che regolamenta i rapporti tra le società e gli sportivi professionisti, il che rende qualsiasi atleta femminile (dalla più premiata alla meno premiata) impossibilitata ad esser considerata “professionista”, ma bensì “dilettante”. Questo non è importante per una questione di status, ma per una forma di maggior tutela; un dilettante non ha stipendio, non ha maternità, non ha contratti, non accumula contributi.

Inutile dire che questo non accade ai colleghi sportivi maschili.

In Italia il vuoto della regolamentazione viene colmato in parte dai corpi militari che assumono atlete/i ottenendo prestigio e visibilità, offrendo all’atleta di potersi dedicare a pieno all’attività sportiva.

Ed è quindi tra i corpi militari dello stato che troviamo storie di grandi donne prima che sportive.

L’atleta di cui parliamo oggi è una schermitrice che rappresenta il corpo della Polizia; è un personaggio ormai molto conosciuto e ha un palmares ricco di vittorie e onorificenze nonostante i soli 21 anni.

Parliamo di Beatrice, detta Bebe, Vio.

Nasce il 4 Marzo del 1997 a Venezia e all’età di cinque anni intraprende lo sport che diventerà la sua più grande passione: la scherma.

Pratica questo sport dai cinque agli undici anni fino a quando nel 2008, in seguito all’acutizzarsi di mal di testa e febbre, viene ricoverata all’ospedale e in seguito trasferita d’urgenza a Padova dove arriva l’esito di quel terribile male: Meningite da meningococco di Gruppo C.

La forma di meningite che deve affrontare è molto rapida e acuta, in poco tempo si ritrova in bilico tra la vita e la morte e i dottori, in seguito a diverse emorragie interne, sono costretti ad amputarle le gambe da sotto le ginocchia ed entrambi gli avambracci.

Le sue condizioni si stabilizzano e la meningite finalmente scompare, lasciando però enormi segni del suo passaggio.

Inizia il percorso di riabilitazione presso il centro protesi dell’Inail a Budrio, e cerca di reiniziare il suo cammino. Per qualche periodo abbandona la scherma, dedicandosi all’equitazione, ma quella passione ha una forza troppo grande dentro di lei.

Con l’aiuto della famiglia e di protesi concepite apposta, un anno dopo la malattia riabbraccia il mondo della scherma.

È su una sedia a rotelle senza avambracci ma la forza interiore di questa ragazza è immensa, strepitosa.

Inizia ad allenarsi, disputa la sua prima gara ufficiale nel 2010 ed un anno dopo diventa campionessa italiana Under 20, il che sarebbe già un lieto fine per tantissime persone, ma per lei è solo l’inizio, è solo la conferma di quella spinta che ha dentro.

Nei due anni successivi si conferma campionessa assoluta italiana.

È l’inizio di palcoscenici importanti, sale sul podio dei mondiali per due volte, vince il titolo individuale e a squadre europeo nel 2014 e l’anno dopo ripete l’impresa ai mondiali.

È ormai ai massimi livelli, a distanza di soli 7 anni da quel brutto male che ha provato a portarle via tutto.

Potrebbe accomodarsi e ammirare quel che ha già fatto, ma nel cuore di un campione c’è sempre quel possibile margine di miglioramento che spinge continuamente a stringere i denti e provare a superarsi, ed in effetti a Bebe manca solo una cosa: l’Olimpiade.

Quale miglior occasione delle Paralimpiadi di Rio de Janeiro del 2016.

Affronto il percorso olimpico in maniera sorprendente continuando a vincere;

arriva in semifinale dove vince con un perentorio 15-1, inflitto ad una delle favorite alla vittoria finale, la cinese Yao Fang;

approda in finale e finalmente… è oro olimpico.

Bebe Vio è oro olimpico.

Guarda caso vince il suo primo oro olimpico lo stesso giorno in cui un altro esempio di grandezza, un certo Alex Zanardi, vince il suo terzo oro.

Sono fermamente convinto che non sia stata una coincidenza.

Dopo continuerà a vincere, per l’esattezza ancora un titolo del mondo ed uno europeo.

Insomma, inanella successi dopo successi ma trovo che il successo in sé sia secondario: trovo che sia una conseguenza (questo ovviamente non lo rende inutile) di uno stato mentale.

La caratteristica principale che mi ha sempre sorpreso di questa ragazza ancor di più della sua determinazione, della grinta ed estrema consapevolezza delle proprie doti è la positività. Ha chiaramente compreso che tutto quello che può capitare in questo meraviglioso cammino chiamato vita può definirsi ostacolo oppure opportunità di crescita solo in base alla prospettiva con cui lo si guarda.

 

“Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla.”
(Lao Tze). 

La simpatia e il suo modo di esser così sincero l’hanno resa un bellissimo esempio per tutto il mondo dello sport e hanno anche aiutato a renderla un personaggio dalla forte risonanza mediatica in grado di sfruttare la propria immagine per dar voce a diverse cause che sostiene.

Non credo servano ulteriori parole per spiegare la grandezza di quel che ha fatto nei suoi primi 21 anni di vita….

Già, perché non dimentichiamo che questa fanciulla ha solo 21 anni.

Avanti tutta Bebe!

0

Può interessarti anche...

Mexico 68 – The Power of Freedom
“La tragedia non è morire, ma dimenticare.”
Muhammad Alì – The Greatest

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.