Muhammad Alì

The Greatest

“Dentro un ring o fuori, non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra.”   (Muhammad Alì)

Se doveste chiedermi qual è l’icona sportiva più grande di tutti i tempi, la mia scelta ricadrebbe sull’uomo a cui appartiene la citazione sopra: Muhammad Alì, nato Cassius Marcellus Clay Jr.

 

Raccontare a pieno Muhammad Alì in un articolo è difficile o quasi impossibile, proprio come per Muhammad Alì Sport Stories UniUpeMichael Jordan (che abbiamo visto nel precedente articolo). Le sue imprese all’interno del ring sono state tante e ripercorrono tutta la sua lucente carriera: a 18 anni è campione olimpico ai giochi di Roma, a 22 anni e campione mondiale sconfiggendo Sonny Liston, per non parlare delle sfide contro Joe Frazier.. ma per rendere al meglio l’idea di cosa e chi fosse Muhammad Alì all’interno del ring ho un riferimento. Un match, IL match: The Rumble in the Jungle (la rissa nella giungla).

1974. Siamo a Kinshasa, nello Zaire (attualmente Repubblica Democratica del Congo) e gli sfidanti sono l’ex campione del mondo Alì (reduce da due sconfitte dopo una lunga squalifica di cui parleremo dopo) e l’attuale campione del mondo, una massa di muscoli al nome di George Foreman (un pugile che aveva la dinamite al posto delle mani, un “picchiatore” puro).

Dopo mesi di preparazione per le temperature tropicali africane, inizia il match che in partenza vede agli occhi di tutti sfavorito Alì a causa dell’enorme potenza di Foreman (nei match contro l’ex campione Joe Frazier era stato in grado di sollevare letteralmente da terra l’avversario con un montante); nei primi round Alì sembra non essere il solito pugile rapido, tecnico che manda fuori giri gli avversari, anzi per diversi round rimane fermo alle corde incassando i colpi furiosi di Foreman… È un match asfissiante per i centinaia di colpi subiti da Alì, per il caldo torrido e per la sensazione che in poco tempo Alì sarebbe andato al tappeto… ma in realtà, mentre riceve i colpi, Alì sta entrando nella testa di Foreman dicendogli che si aspettava di più da lui, che i suoi colpi non valgono nulla; Foreman a forza di sferrare colpi inizia ad essere stanco oltre ad esser sempre più nervoso, ed è in quel momento che Alì da vero predatore esce e si rivela in quello che era il suo piano: far stancare il più possibile Foreman utilizzando le corde come appoggio per far confluire la potenza dei colpi dell’avversario per poi colpirlo quando ormai aveva le difese al minimo; un piano ritenuto da tutti impensabile per lo sforzo fisico che avrebbe richiesto. All’ottavo round Alì prima con un gancio e poi con un diretto manda al tappeto Foreman davanti agli occhi del mondo.

L’incontro è considerato una delle più grandi dimostrazioni di strategia e di esecuzione tecnica mai viste in uno scontro di pesi massimi.

 

Muhammad Alì Sport Stories UniUpeL’intelligenza e la forza di volontà di Alì sono di un altro universo.

I match storici che ha combattuto, il modo in cui ha cambiato la boxe con innovazione, tecnica e una leggerezza sopraffina, lo rendono il miglior pugile di tutti i tempi.

 

Sports Illustrated lo nomina “sportivo del secolo” mentre la BBC lo nomina “Personalità sportiva del secolo”.

 

Ma tutto quello che ha fatto in un ring è da mettere in secondo piano, perché le più grandi battaglie e le più grandi vittorie le ha ottenute fuori dal ring.

 

Poco dopo essersi laureato campione del mondo a 22 anni ed essersi convertito all’Islam cambiando nome da Cassius Clay a Muhammad Alì, nel 1967 viene chiamato dall’esercito statunitense per esser arruolato nella guerra del Vietnam ma rifiuta, non comprendendo il motivo di una guerra del genere. Questo gli costa la revoca della licenza dalle federazioni pugilistiche statunitensi oltre ad esser condannato a 5 anni di reclusione (in quel periodo il colore della pelle non aiutò la giuria composta da soli uomini bianchi a comprendere meglio il perché della scelta anzi, fu un aggravante per punire ancor di più Alì).

È il momento più buio per il pugile di Louisville, ma la forza del suo ideale unita a quella dose smisurata di carisma di cui era fornito compensano tutto il vuoto lasciato dal pugilato e dalla mancata fiducia nelle istituzioni, anzi ne trae vantaggio e forza tanto che nel 1971 venne assolto e poté tornare a combattere.

 

“Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro” (dichiarazione carismatica di Alì ai giornalisti per giustificare la sua decisione di non partire per la guerra).

 

È stato un uomo impegnato nel sociale durante tutta la sua vita, sia quando da pugile era compagno di lotte di Malcom X e Martin Luther King sia quando da ormai ex combattente è volato a Bagdad per parlare con Saddam Hussein per evitare il conflitto con gli Stati Uniti.

 

Nel 1984 gli venne diagnosticato il Parkinson.

 

Una delle immagini più emozionanti di Alì risale alle Olimpiadi di Atlanta 1996, dove fu l’ultimo tedoforo ed accese la fiamma olimpica. Nemmeno i segni del Parkinson, ormai notevolmente visibili, lo hanno fermato. Le immagini di Alì in forze, pieno di carisma a prendere in giro ogni suo avversario sono un ricordo ma l’Alì che trema per la sua malattia non è meno forte, anzi.

 

Mostrarsi nelle proprie fragilità non è segno di debolezza, ma bensì di grande forza interiore e coraggio.

Basta vedere gli occhi di Alì; quegli occhi nel video qui sotto trasmettono l’essenza e la grinta di quell’uomo, che per trent’anni ha tenuto testa alla malattia ed è comunque stato portavoce di questioni sociali ed umanitarie quali la lotta al razzismo, l’incitamento alla pace e l’aiuto alle minoranze abbandonate a sé stesse.

Il 3 Giugno 2016 ha spiccato il suo ultimo volo.

A terra non ci è mai rimasto nonostante a volte ci sia caduto e ha sempre avuto quella spinta, quella forza di volontà a rialzarsi e volare più in alto di prima, sempre più leggero.

“Vola come una farfalla, pungi come un’ape”

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