Rubrica a cura di Pierpaolo Zara

E se ti dicessero…

(Memento quod et tu hominum)

 

“Lo schiavo è qui Cesare” disse il pretoriano mettendosi sull’attenti.

“Bene, fallo entrare e poi lasciaci soli” rispose l’uomo seduto al grande tavolo ingombro di carte e rotoli di papiri, senza alzare lo sguardo dalla preziosa miniatura che stava traducendo.

Il pretoriano salutò militarmente, si voltò e percorse l’ampia camera con passo marziale.

Squadrò ancora una volta lo schiavo. Era alto – doveva esserlo per il compito per cui era stato preparato – e nonostante la giovane età e i lunghi capelli color del grano, un’ombra di preoccupazione velava i suoi occhi e conferiva serietà al volto imberbe.

“Entra, il tuo Imperatore ti chiama” disse, e come lo schiavo attraversò la porta, egli la chiuse con decisione e si pose in silenzio di guardia al lato destro, senza rispondere allo sguardo interrogativo del soldato che presidiava il lato sinistro.

Elios entrò e arrivato a tre passi dal tavolo, si inginocchiò e recitò il saluto. “Ave Cesare, il tuo servo è qui”

L’uomo al tavolo si sollevò dallo scranno e fece un passo verso lo schiavo.

“Tu sai chi sono?”

“Si Cesare. Tu sei Marco Aurelio, della famiglia Antonina, Principe della Repubblica Romana”

“E ti è stato detto cosa dovrai fare domani durante la mia proclamazione a Imperatore? Ne comprendi il significato?”

“Si Dominus. Rappresenterò l’Alfiere degli Dei, ti seguirò e dovrò tenere sospeso sul tuo capo la corona di fronde d’oro di quercia e alloro affinché al popolo venga mostrata la tua natura divina e il favore degli Dei”

“Giusto” disse Marco spostandosi verso il triclinio li vicino. Aveva il volto stanco e gli bruciavano gli occhi per il troppo studio, ma mai avrebbe rinunciato a quelle ore notturne che erano oramai le uniche concesse alla sua grande passione. Si sdraiò lentamente e si coprì con una pesante coperta di lana colorata

“Quale è il tuo nome?” chiese

“Mi chiamo Elios, Cesare

“Bene Elios. Avvicinati al tavolo e prendi quel pezzo di pergamena gialla. Ecco si, quello.  Ora leggi le parole che ci sono scritte. Ripetile, imparale a memoria e brucia la pergamena”

Elios lesse a voce alta “Memento quod tantum homini” e poi titubante “Questo? Io non capisco Dominus”

Cosa può sapere uno schiavo del potere?” pensò tristemente l’Imperatore.

“Quando sarò proclamato Imperatore tu sarai l’unica persona che potrà starmi vicino e ogni volta che la folla mi acclamerà, quando sentirai chiamarmi ‘figlio di Giove’ o ‘dono degli Dei’, allora tu ti avvicinerai di un passo e mi sussurrerai all’orecchio ‘Ricorda che sei solo un uomo’.

Ad uno schiavo non è consentito chiedere, ma la domanda aleggiava ancora sul volto di Elios: per questo Marco, con un amaro sorriso paterno continuò.

“Devi ricordarmi che sono un uomo: mortale, fallace, servo dei sensi e della ragione. Perché ogni volta che si cede alle lusinghe degli uomini, quando davvero si comincia a credere di poter essere simile agli Dei, allora l’uomo perde quei doni che gli Dei stessi hanno posto entro di noi. E allora scordiamo la pietà, la ragionevolezza, la comprensione e alla fine il più prezioso di tutti: l’amore”

Marco chiuse gli occhi per qualche istante. Era stanco ed era tempo di dormire. Riaprì gli occhi e guardò lo schiavo che era ancora davanti a lui, fermo in attesa di ordini.

“Ora va’, domani farai quello che ti ho ordinato e non dirai a nessuno di quello che abbiamo detto qui. Lasciamo che il popolo creda che sia figlio degli Dei, a te basta ricordare che sono il tuo Imperatore e che posso decidere della tua vita in ogni istante”

Elios chinò il capo in segno di obbedienza, retrocesse per qualche passo e si avviò alla porta lasciandosi alle spalle un uomo stanco che voleva dedicare la sua vita allo studio della filosofia e dell’essere umano, ma che il Fato aveva deciso fosse destinato a guidare il più grande Impero del mondo.

 

—*—*—*—

 

“Bella Mauri, che stai facendo?”

“Ciao Buzzigò” Risponde Maurizio con aria annoiata “Pensavo”

Cesare si sedette sul muretto affianco all’amico, facendo penzolare i piedi nel vuoto.

“E a che pensi Maurì?”

“Hai sentito quello che è successo al fiume ieri?”

“Dici quello che si è buttato a salvare i due ragazzini che stavano annegando?”

“Si”

“Embè? Che c’è da pensare? È stato figo quello. Mio padre dice che gli devono dare una medaglia”

“Tu lo conosci?”

“No. Ma perché?”

“io si” Maurizio si girò verso l’amico “Io lo conosco, c’ha sei anni più di noi e abita di fronte a casa mia. Lo devi vedere a Francesco: è così bianco e magro che ad Halloween non si deve manco truccare per fare lo zombie. Mia mamma dice che ha una brutta malattia, sta sempre avanti e indietro dall’ospedale. A mala pena sta in piedi e il massimo dello sforzo lo fa per andare da casa sua al ponte e poi torna indietro”

“Embè?”

“Come embè? Quello non ha la forza per grattarsi il naso e si butta al fiume e salva quei due!! Ma dove l’ha trovata la forza? Come ha fatto?”

La domanda lascia silenziosi i due ragazzi per qualche secondo e poi Buzzigoni azzarda un’ipotesi.

“Magari ha qualche potere. Sai come i supereroi. Uno come l’Uomo Ragno, che fa lo sfigato per non farsi scoprire. Oppure ha ragione mio padre quando dice che nella vita ci sono momenti in cui tiri fuori la forza che non credevi di avere. Bho… vallo a capire come è”

Maurizio rimane perplesso e per un po’ i due non fanno altro che guardarsi i piedi penzolare nell’aria.

“Mi sa che avete ragione tutte e due sai, tu e tuo padre. Forse siamo tutti un po’ supereroi solo che non lo sappiamo, o non ce lo ricordiamo”

“Sai che ti dico Maurì?”

“No”

“Che ce lo dovrebbero insegnare a scuola che siamo tutti speciali, che c’abbiamo i superpoteri. Cosi li possiamo usare quando ci servono. Te lo immagini?  Tutti con i superpoteri a fare cose fighissime…..”

“Già….”

—*—*—*—

 

Siamo Uomini. Siamo forti e fragili, razionali ed emotivi, racchiusi nella nostra pelle e proiettati all’Infinito.

Ma siamo anche di più. Siamo Esseri Umani. Prenditi il tuo tempo per ricordarlo ogni giorno, tutti giorni.

Sei un Essere Umano e per questo nulla ti è precluso, tutto ti è possibile. Devi solo ricordartene.

 

—*—*—*—

 

La gente cammina in fretta, il tempo non basta mai, mille cose da fare e altre mille da pensare e gli imprevisti, e i conti e l’auto del meccanico… e sempre la solita frase “Come faccio a far tutto?”

Nessuno si accorge che ci sono due ragazzi, due amici improbabili, che seduti su un muretto fanno penzolare i piedi e sognano ad occhi aperti un mondo fatto di Esseri Umani.

 

Ernest Fastshoot

 


Immagine di copertina a cura di Maddalena Sarotto

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