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Sto leggendo un libro dello scrittore Andrea Bajani dal titolo “Un bene al mondo” che inizia così:

“Anche se questa non è una favola per bambini bisogna che io cominci scrivendo C’era una volta, perché era proprio una volta che c’era un bambino.

C’era un bambino che aveva un dolore da cui non voleva mai separarsi. Se lo portava dappertutto, ci attraversava il paese per andare a scuola tutte le mattine. Quando arrivava in classe, il dolore si accucciava ai suoi piedi e per cinque ore se ne stava senza fiatare. All’intervallo il bambino lo portava con sé in cortile, e all’uscita da scuola riattraversava il paese al contrario con il dolore di fianco”.

Il libro mi capitò tra le mani durante una permanenza di qualche ora in aeroporto e furono due cose a colpirmi e a farmelo scegliere tra altri: la contraddizione tra il titolo e l’incipit, un bene al mondo e un dolore da cui non volersi mai separare, e la caratterizzazione di quel dolore, descritto come fosse un personaggio in carne ed ossa, al pari del bambino.

Sono stata anche io una bambina con un dolore, ricevuto in dotazione insieme al bene della vita, così come avviene per tutti i bambini del mondo, passati, presenti e futuri con una distribuzione casuale e sfortunata o, secondo alcune scuole di pensiero filosofiche o religiose, causale e predeterminata, di quelle componenti della vita come povertà, malattia, perdita, violenza e lutto che chiamiamo, appunto, dolore.

Sulla mia sofferenza di piccina ho costruito i miei pensieri immaginifici desiderando il papà e la mamma di una fiaba, un castello che ospitasse una famiglia reale, dove tutto è amore, serenità, gioia, benessere e comprensione.

Oggi mi appare evidente che, in questa mia dorata utopia, avevo tralasciato la parte fondamentale di tutte le fiabe, quell’ingrediente di dolore necessario perché la storia stessa possa esistere e diventare fiaba da sogno nel lieto fine, quando tutto si trasforma nella magia del “e vissero felici e contenti”.

Ma, oggi mi domando, è possibile vivere SEMPRE felici e contenti, concependo quello stato di grazia come l’assenza perenne di dolore?

E poi, cosa è il dolore? Non è forse la semplice manifestazione della vita che si esprime in accadimenti, ostacoli e limiti affinché gli esseri umani possano esperirsi attraverso tutta la gamma di emozioni che sono capaci di provare, misurarsi, conoscersi e superarsi?

Alla prima domanda la risposta è un’altra domanda, direi retorica: possiamo immaginare uno stato di beatitudine permanente? Forse nell’ascesi alla vita stessa ma non sarebbe vita terrena, non quella reale che conosciamo! Cosa e chi sarei io, senza i miei dolori?
Forse una vergine beata solo per il fatto di esistere? Anche questa non sarebbe vita terrena e tantomeno sarebbe realtà.

Credo sia necessario fare ordine e chiarezza, cominciando dal comprendere che la vita è dinamica, mutevole ed infinita nei suoi aspetti di positivo e negativo, di bene e male, di gioia e sofferenza.

È questa essenza della vita che dobbiamo accettare con umiltà e gratitudine.

Prendo il pacchetto completo del bene-vita che mi è stato donato!

Quando riusciamo a conquistare questa comprensione abbiamo la possibilità di fare pace con il nostro dolore e poi, a ruota, in un gioco di domino al positivo, acquisiamo la possibilità di abbattere la serie di ostinazioni nate in quei bambini sofferenti e protesi soltanto verso l’utopia della beatitudine eterna, diventati adulti ma ancorati emotivamente e tenacemente a quel vissuto.

Quindi spezzare la catena che forgiamo quotidianamente per tenerci legati al nostro dolore e smettere di portarcelo appresso in tutti i nostri tragitti, come il bambino del libro:
dalla strada per la scuola elementare a quella per la Chiesa del matrimonio, dalla via del primo impiego di lavoro a quella per l’ospedale dove nascono i nostri figli.

In quel momento capiamo la vita, capiamo che il senso non è la sofferenza, non è essere vittime succubi, comandate dall’ira della dittatura del nostro stesso dolore tutti i giorni, il senso è che della nostra vita possiamo e dobbiamo esserne i protagonisti, unici condottieri di noi stessi.

E così vissero felici e contenti, perché umani, dotati di gioie e dolori, per sempre.

unsplash-logoGerome Viavant

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