Claudio Palmulli, romano di nascita, classe 1986, fede laziale, affetto da tetraparesi. È atleta paralimpico che, attraverso le sue maratone, porta avanti molte battaglie per il riconoscimento dei diritti civili e per un concetto di disabilità a misura d’uomo. 

 

Titolo libro – Il vento sulle braccia – 

 

UPE: Ciao Claudio il titolo del tuo libro mi piace molto, cosa ti ha spinto a scriverlo?

 

Il mio libro ha diverse motivazioni ed obiettivi: è la mia storia, la mia “diversità”.

Fin da piccolo non accettavo i limiti imposti dalla malattia e, non accettandoli, diventava molto difficile farsi accettare.

La mia frase era “tutti possono fare tutto, io no!”

 

UPE: Come è stata la tua infanzia?

 

Ho avuto una famiglia attenta e amorevole e, nonostante le mie problematiche, ho vissuto un’infanzia serena e gioiosa.

La mia inquietudine iniziò nel periodo dell’adolescenza, durante le superiori. Entrare in un mondo nuovo, allontanarmi dai miei compagni delle medie, mi spaventava.

Gli interessi dei miei nuovi compagni erano per me emarginanti e durante la ricreazione, rimanevo spesso solo in classe.

Con il tempo ho compreso che la differenza dello stile di vita mi portava inevitabilmente a chiudermi, ad autoescludermi da un mondo distante da me: non avevo storie da raccontare; non fumavo; non andavo in discoteca; non avevo una ragazza. Insomma, tutto ciò che appartiene alla sfera adolescenziale maschile, non mi riguardava minimamente. O meglio, la dicotomia era netta fra la mia e la loro realtà.

 

UPE: Nel libro parli di mondo virtuale di un amore che ti ha deluso

 

L’isolamento mi ha portato a cercare altro. Inizialmente con il pc non avevo dimestichezza. Ricordo l’emozione mista a titubanza prima di prendere confidenza con questo oggetto.

Una volta comprese le potenzialità del mezzo, non sentivo più la diversità come discriminante, perché ero in grado di comunicare con la collettività senza dover evidenziare la mia condizione di disabile.

Purtroppo, però, quello che doveva essere un semplice sfogo, si è trasformato presto in una dipendenza da chat. Un po’ come la dipendenza da cibo, di cui già soffrivo.

Così facendo, mi sono creato un mondo artificiale, che soddisfaceva tutte le mie esigenze contrariamente alla vita reale.

Sempre via chat, anni fa ho conosciuto una ragazza. Lei abitava in Svizzera.

E all’amore non si comanda, ho preso e mi sono trasferito… Dopo sei mesi sono tornato a casa deluso, per aver scoperto che lei aveva un altro.

 

UPE: Cosa hai fatto quando sei tornato in Italia?

 

Dopo questa esperienza, ho deciso di cambiare e di fare qualcosa per rendermi indipendente, soprattutto economicamente.

Ho cercato e trovato lavoro, presso una società di servizi. Lavoro che, ad oggi, è ancora lo stesso. Mi occupo di assistenza telefonica ai clienti.

In questo contesto ho conosciuto Paola che, da collega, si è trasformata in mia migliore amica. Un legame speciale, un’amicizia profonda.

Mi ha aiutato molto a rendermi indipendente.

 

UPE: Prima hai parlato di dipendenza da cibo

 

Si, nel periodo in cui non riuscivo ad uscire dalla mia situazione mentale, mi sentivo disabile più per il mio peso che per la fisicità motoria.

Un giorno, leggendo un annuncio on line che parlava di diete, ho deciso di chiamare, anche se in passato avevo tentato di dimagrire, ma senza successo.

Era indubbio che non potevo continuare così. Fortunatamente mi sono trovato ad interagire con un team di professionisti che mi ha messo davanti ad un bivio.

Con l’aiuto di mia madre cominciai a perdere peso: ero diventato bilancia dipendente, era il motore per il risultato.

Ho mantenuto l’impegno per due anni e ho perso circa 40kg. La forza di volontà mi ha portato a fare sport e ho iniziato ad allenarmi nella corsa carrozzata su strada.

Tra le varie gare, ho disputato la mezza maratona Roma-Ostia. Sono il primo in Italia ad aver partecipato ad una gara ufficiale con una carrozzina normale.

 

UPE: Ho letto sul libro che hai partecipato ad altre maratone

 

Si, ho fatto maratone per i diritti civili umani e ancora ne faccio. Con il mio amico Simone, che mi spingeva per Roma e dintorni, siamo andati in giro nei posti più disparati:

Stazioni della metro, autobus, piazze, per dimostrare che la quotidianità non è semplice, in quanto i servizi per i diversamente abili sono scarsi e spesso malfunzionanti.

 

UPE: Nel tuo libro scrivi anche di politica e so che sei attivo in questo settore.

 

Quando vanno difesi i diritti costituzionalmente sanciti, interfacciarsi con le autorità politiche è normale, anche se i risultati sono scarsi perché venivo preso in considerazione solo a ridosso delle campagne elettorali.

Ad oggi sono militante all’interno di un movimento che si occupa principalmente dei disagi e dei bisogni dei cittadini.

 

 

UPE: Torniamo allo sport e alle maratone. So che hai incontrato una persona speciale

 

Si. Nel corso di una maratona per i diritti dei malati, ho conosciuto Monica, una donna di una forza incredibile. E grazie a lei, che è un’atleta da diversi anni e ha deciso di allenarmi su strada, il mio sogno è diventato realtà. Tra le altre donne importanti della mia vita e di questa esperienza sportiva, c’è anche Maria Rosaria, una personal trainer, esperta di forma fisica, che in soli tre mesi ha letteralmente forgiato la mia massa muscolare e aumentato la mia resistenza alla fatica, consentendomi di affrontare gare e allenamenti su strada con Monica.

Ringrazio Marzio, il mio amico storico che mi supporta da sempre, Monica, Maria Rosaria, Paola e Simone, esseri speciali e fondamentali per la mia rinascita.

 

UPE: Qual è il tuo sogno?

 

Il mio sogno è partecipare alla maratona di New York, possibilmente per novembre 2018.

 

UPE Quali obiettivi si propone di raggiungere il libro?

 

Il libro ha diversi obiettivi. Innanzitutto, attraverso il ricavato, la possibilità di acquistare una handbike.

Poi, quello di poter aprire una struttura sociale sportiva, aperta a tutti, diversamente abili e non.

Il libro, infine, si propone, per chi lo leggerà, di farlo riflettere sui propri limiti, soprattutto su quelli che ci mettiamo in testa e che alzano inevitabili barriere.

 

UPE: Che vuoi dire con “i limiti che ci mettiamo in testa”?

 

Ricordi la domanda che mi ponevo da bambino? “Tutti possono fare tutto, io nulla”?

 

Utilizzare la disabilità per sentirmi diverso, non poteva essere la soluzione. Con il tempo mi sono reso conto che ero diventato la barriera mentale di me stesso.

Non è facile, ma si può cambiare lo stato mentale.

 

UPE: Claudio vuoi dare un messaggio?

 

Grazie a te che, tramite la nostra amica Stefania, mi dai l’opportunità di far conoscere la mia storia.

Ho visitato il vostro sito, mi è piaciuto molto e mi ritrovo in quello che fate.

Un messaggio lo voglio dare a tutti, non ci sono disabilità solo diversità.

La diversità è indispensabile per l’evoluzione stessa. Il mio mantra è stato, ed è ancora, “volontà, coraggio, determinazione, costanza”.

 

 

UPE: Il vento sulle braccia.  Una bellissima sensazione. Dove troviamo il tuo libro?

 

Ho una pagina su Facebook che porta il nome del libro: IL VENTO SULLE BRACCIA.

 

UPE: Grazie Claudio è stato un piacere ascoltarti.

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