L’Umbria è una terra mistica e si sa. Qui, se ti lasci guidare da un’anima di sole, puoi ricevere un dono inaspettato: un mezzogiorno di gelo a Bevagna, nitida e decisa nel suo essere spirituale, dove, così come se niente fosse, incontri l’Arte.  Non quella consueta e nota della tradizione, che puoi respirare a ogni passo in questa città alchemica.  Piuttosto un’arte insolita, antica e moderna insieme, figlia di occhi e mani che sanno catturare il bello dovunque dimori. Quella di Rinaldo Morosi, fotografo, poeta, pittore, performer, attore teatrale. O, in due parole, “Eremita urbano”, come si presenta sul profilo Facebook. Morosi vive a Spello, dove è nato e ha iniziato la sua attività negli anni ‘70, è un autodidatta sotto la lente di critici e operatori del settore da tempo. Realizza mostre fotografiche, dipinge icone, partecipa a rassegne d’arte nazionali, crea installazioni e performance con materiali di risulta per teatri e antiche fabbriche dismesse, diventati luoghi della memoria. Questa intervista è una tappa alla scoperta del suo segreto di artista: la libertà di catturare la vita e crearne sempre una nuova.

di Chiara Bolognini

Rinaldo, che cos’è per te l’arte?
L’arte è qualcosa che ti nasce dentro, è l’anima che esce fuori e ti mette in contatto con quello che ti circonda, con l’universo che è attorno a te. Non so spiegartelo, è qualcosa di spirituale, che va oltre il pensiero e le parole. Non so come nasce. Ci sono periodi che tu stai lì a covare come una chioccia e poi all’improvviso nasce il pulcino. È un po’ così, è questo.

Da quanto tempo fai arte, dipingi, fotografi, crei?
Che ti devo dire …penso da sempre, la prima opera che ho dipinto è stato un coniglio, facevo la prima elementare. La maestra disse “guarda che bello, sembra vero”. Poi ho continuato da autodidatta, io non ho frequentato la scuola d’arte, ma la scuola alberghiera. Che poi se vuoi anche quella è arte: metti insieme degli alimenti e crei delle opere astratte. La mia arte è figlia di città come Spoleto e Spello perché quando tu cammini nei vicoli medievali ti innamori di quello che vedi. Io sono nato a Spello, in campagna, poi sono andato a scuola nel centro storico e ho avuto la fortuna di avere come maestro Antonio Ranocchia, uno scultore informale che realizzava sculture molto crude e ci faceva lavorare molto con la creta. Ranocchia ci portava a vedere il Pinturicchio alla cappella Baglioni ed ecco perché io realizzo le icone che hai visto prima. Mi è rimasta dentro l’arte antica, a me interessa quella degli inizi del ‘400, non quella rinascimentale che è più figurativa.  Gli artisti rinascimentali tolgono l’oro e dipingono le persone … oggi non c’è più bisogno di questo, c’è la macchina fotografica che le ritrae meglio.

Oltre a dipingere icone, tu crei opere con materiale di risulta, come nasce questa passione?
Mi ricordo che da ragazzino mettevo in tasca tutto quello che trovavo. L’ho raccontato anche nel libro “Orizzonti dall’astronave”, che ho scritto a quattro mani con Luana Brilli, raccontando la mia biografia artistica. La mia arte nasce dallo scarto del materiale di lavoro della vita quotidiana. Per qualche anno ho lavorato in un’officina e lì mi portavo sempre la macchina fotografica perché quando vedevo una macchia, una chiazza di ruggine, un pezzo di legno, una scritta, un pezzo di scarto di metallo o di ferro, lo prendevo e ci vedevo dentro altro. Messo vicino a uno straccio, trattato con una macchia di colore qualsiasi scarto risulta qualcosa di artistico, assume un senso che va oltre l’oggetto buttato là. Diventa ricco come se tu lo mettessi su un piedistallo, prende un’altra forma, gli dai slancio, potenza e quindi diventa un oggetto d’arte. Quando lavoravo per le Ferrovie italiane vedevo nel piazzale della stazione i carri merci, i vagoni che camminavano nell’intervia, che si muovevano… quando erano fermi prendevo la macchina fotografica e imprigionavo nel fotogramma delle immagini. Poi la sera a casa lavoravo sulle fotografie e da questa esperienza nell’82 è nata la mostra “Carro merci”, ad Assisi.

Quindi tu cammini per le strade, entri negli ambienti, vedi degli scarti e dentro ci vedi altro…
Si è così, è questo il processo che mi porta a creare. Poi con gli oggetti che trovo, in cui vedo qualcosa, realizzo delle installazioni come quelle messe sul palco del teatro Sacco di Perugia, dove recito anche, o quelle realizzate l’anno scorso in occasione della Giornata della Memoria ed esposte nella fabbrica di Ponte Felcino, un vecchio lanificio dell’800, ora abbandonato. Qui abbiamo realizzato vari set con artisti e attori. Le mie installazioni segnavano i diversi percorsi, dove gli spettatori venivano accompagnati ad assistere alle varie performances.

Quando tu crei che cosa provi?
Quando crei è come se generassi qualcosa. Io non sono un padre perché non ho avuto figli… creare è come dare alla luce una vita, liberarsi di qualcosa che hai dentro, non so dire bene che succede, è difficile spiegarlo. Non è come prendere del vimini e costruire un cesto o due tavole e costruire una cassetta.  Lì hai già un progetto, hai tutto in testa e realizzi un oggetto.  Io non seguo progetti quando creo, è un po’ come quando Michelangelo vedeva un blocco di marmo…già ci vedeva qualcosa dentro senza avere in mente un progetto.

Qual è il messaggio che vuoi dare con le tue opere d’arte?
Io non ho un messaggio da dare… mi ricordo una volta una signora, una contadina, che di fronte a una mia opera mi disse: “Io in queste macchie di colore non ci capisco niente, però mi entrano dentro”.  Ecco l’arte è questo, è come se fosse una musica. C’è una musica, ti entra dentro e basta. Tu non conosci le note, non conosci l’opera però entra dentro di te. Davanti a un’opera d’arte non chiederti niente, lasciala liberamente entrare dentro di te. L’artista l’ha vista in un modo, per te è altro. Si possono spiegare le tecniche ma Alberto Burri non si spiega… se ti piace resti a vedere, se non ti piace vai via. L’arte è un messaggio di libertà, che dice a chi guarda un’opera lasciala entrare e con libertà assoluta senti se ti piace oppure no.




Per approfondimenti su Rinaldo Morosi:

Può interessarti anche...

Storia controtendenza: l’Italia è un paese per giovani
Chiara-Vigo
Chiara Vigo, la sciamana del “filo d’acqua”
“Le marocchinate”, un 8 marzo fuori dalla retorica

Chiara Bolognini

Giornalista e counselor, consiglio scientifico UPE

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *