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Questa è la riflessione del Rettore di UPE, Maddalena Sarotto, in seguito al corso Operatori CUI tenutosi ad Asti il 12 gennaio 2018. Buona lettura.

Ricevo un messaggio whatsapp da una donna che, felice e soddisfatta, comunica a me e agli altri membri della chat di aver finalmente affrontato una collega difficile, con cui da tempo ha problemi apparentemente irrisolvibili….e, fantastico, è andata alla grande.

Sorrido, compiaciuta. Di nuovo penso…“è possibile”.

La chat è quella dei neo-diplomati al corso Operatori di Asti, due weekend di formazione che si sono conclusi 2 giorni fa. Il messaggio l’ho ricevuto ieri.

Caspita! Impara l’arte e mettila da parte? Macchè… a questa donna è bastata una notte, dopo mesi di immobilismo, per decidere di affrontare la sua paura. Che dire, che coraggio!

Alla parola “coraggio” mi viene in mente un aneddoto che nei corsi Upe ridonda spesso:

La paura bussò alla porta, il coraggio andò ad aprire, e non trovò nessuno.

Ma la paura di cosa poi?
Quanto spesso ci fermiamo, in quella baraonda che è la nostra vita, per chiederci: “hey aspetta, un attimo..ma di cosa hai paura?”
A me è capitato in passato, certo…ho capito di avere paura di un trampolino troppo alto, o di una strada troppo buia, o di parlare in pubblico.
Poi, un giorno, ho scoperto di avere paura dell’ abbandono.

Porca miseria, e ora che faccio? Un trampolino, una strada, una platea le affronto, affronto pure uno squalo, ma l’abbandono no, no grazie. Meglio passare la vita a fianco di persone con cui intrattengo relazioni mediocri, insoddisfacenti, deprimenti, pur di non restare sola nel mio abbandono.
Come?
Aspetta, non ho capito, ripeto.

Meglio passare la vita a fianco di persone con cui intrattengo relazioni mediocri, insoddisfacenti, deprimenti, pur di non restare sola nel mio abbandono.

Ah. Non bene. Anzi male, direi malissimo.

Prendo le misure sul mio trampolino sicuro ma troppo stretto per starci una vita, e mi tuffo dentro al mio abbandono.
L’acqua è gelida, mi paralizza, mi guardo intorno e non vedo nessuno, come diavolo faccio? Tengo duro, ce la posso fare. I primi movimenti spasmodici e scomposti iniziano a riordinarsi, a coordinarsi, ogni arto prende consapevolezza dell’altro e poco dopo sto nuotando. Un movimento fluido energico, mi scaldo, sento il sangue che scorre e l’acqua si fa più limpida.
E vedo attorno a me creature come me.

Hey, ma ci siete anche voi?

Eh si, siamo qui da un po’. Nuotiamo insieme, ti va?

Certo che mi va.

E fu così che nuotando nell’abbandono ho scoperto che mi è bastato nuotarci, per non essere più sola. Perché c’ero io, che con la mia volontà e la mia fiducia mi sono rinvigorita e ho trovato la forza. E oltre me, tutti gli altri ad aspettarmi.

Beh…magari…..ho giusto fatto qualche tuffo, qualche sguazzante nuotatina, esco infreddolita e poi mi ributto. Ma è tutt’altra storia rispetto a “prima”.

Io seguo UPE da più di due anni. La donna del messaggio, da 6 giorni. Tutto è possibile.

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Maddalena Sarotto

Architetto e Rettore dell'Università Popolare per l'Evoluzione Umana

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