Non siamo ciò che facciamo. Allora cosa siamo?

Selezione a cura di Maddalena Sarotto

“Crediamo di essere tutte le cose che ci preoccupa di perdere morendo. Con l’identità – giornalista, avvocato, direttore di banca – ti ci sei identificato e l’idea che tutto questo scompaia, che tu non sia più il grande giornalista, il bravo direttore di banca, che la morte ti porti via tutto questo ti sconvolge. Tu possiedi la bicicletta, l’automobile, un bel quadro che hai comprato con i risparmi di tutta una vita, un campo, una casetta al mare. È tua! E ora muori e la perdi. La ragione per la quale si ha tanta paura della morte è che con quella bisogna rinunciare a tutto quello che ci stava tanto a cuore, proprietà, desideri, identità. Io l’ho già fatto. Negli ultimi anni non ho fatto che buttare a mare tutto questo e non c’è più nulla a cui sono legato.

(…)

E se, vivendo, incominci a capire che non sei quelle cose, allora piano piano te ne stacchi, le abbandoni. Abbandoni anche le cose che ti paiono più care, come l’amore che io ho per tua madre. Io ho amato tua madre per i quarantasette anni in cui siamo stati assieme e quando dico che me ne stacco non voglio dire che non la amo più, ma che questo amore non è più una schiavitù; che non sono più dipendente da questo amore; che sono, anche da questo, distaccato. Questo amore è parte della mia vita, ma io non sono quell’amore.

Sono tante altre cose…o forse nulla. Ma non sono quella cosa lì.”

 

Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio, Ed. Longanesi & Co., 2006 – Milano

 


 

Le opere citate sono proprietà dei rispettivi autori, le citazioni sono conformi all’articolo 10 della Convenzione di Berna, agli articoli 70, Legge 22 aprile 1941 n. 633 e D.L. n. 68 del 9 aprile 2003 della legge italiana

 

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