Sport Stories

di Momo Niang

LeBron James

The Chosen One

Se penso allo sport, penso ad un contenitore di valori, di storia, di sacrificio, di volontà di andare oltre ai propri limiti. È una continua sfida con se stessi, con quella parte che ci fa star lì nella nostra “zona di comfort” che resiste, che ci ributta indietro o che semplicemente non ci fa migliorare. La costanza, la presenza, la fermezza ma soprattutto il coraggio che ci vuole per far “quel passo oltre” sono incredibili.

Con questa mini-serie di 4 articoli spero di avvicinare a questo mondo chi non ci è mai entrato, entusiasmare chi ci è da poco e far smuovere le emozioni di chi ci è dentro da una vita intera. Lo farò scrivendo dei 4 atleti che secondo me meglio racchiudono i valori sopra descritti ed entrando nel mio sentito, nel mondo che mi accompagna da quando sono nato.

 

Witnesses: testimoni.  Ecco cosa siamo, nella fortuna del poter ammirare un uomo prima ancora che uno sportivo, che sta dominando e scandendo i tempi dello sport cui appartiene, il basket, come nessun altro ha mai fatto a mio avviso nella storia. Parliamo di LeBron James.
 

LeBron Raymone James nasce il 30 dicembre 1984 ad Akron, in Ohio. Attraversa un’infanzia difficilissima, in una situazione di grande povertà e difficoltà: padre di cui nessuno conosce nemmeno il viso e madre che per garantirgli una vita che non passi attraverso la criminalità e la strada, svolge diversi lavori contemporaneamente per garantirgli un futuro.

Il suo rifugio dalla realtà che vive lo trova in quella meravigliosa palla a spicchi arancione, che diventerà il suo strumento per mostrare al mondo quello che è il disegno che lui si è già prefissato in giovane età.

 

A 16 anni inizia a giocare nella squadra della sua scuola, la “St. Vincent-St. Mary High School” di Akron, iniziando a snocciolare incredibili prestazioni e portando la scuola alla vittoria di due campionati consecutivi. Quel giovane ragazzino inizia ad attirare l’attenzione delle persone, di tante persone… alle partite si arrivava ad avere 16.000 spettatori, il che è incredibile se pensiamo che sono partite di scuola superiore. Ma ancor di più pone gli occhi mondiali su quella piccola città, la sua piccola città; tanto anonima e persa tra le fabbriche dell’Ohio, quanto incredibile “madre” di grandi nomi: per rimanere nel mondo dello sport, lo stesso ospedale in cui è nato LeBron James è venuto alla luce un certo Stephen Curry (per chi non lo conoscesse, consiglio di vedere un paio di video su Youtube perché rendono meglio di mille parole).

Il mondo però lo conosce effettivamente per la prima volta quando Sports Illustrated (rivista sportiva di riferimento a livello mondiale) gli dedica la copertina con una sua foto e con sotto scritto “THE CHOOSEN ONE”, il Prescelto.

Provate a fermarvi e a immaginare la pressione che un soprannome come questo possa suscitare su un ragazzo di soli sedici anni. Le telecamere del mondo non lo lasciano un secondo da quel momento, ogni suo movimento è posto sotto giudizio sia dei suoi fan e sia degli haters (termine che letteralmente verrebbe tradotto negli “odiatori”, che fondamentalmente sono coloro che disprezzano e non disdegnano i commenti negativi sull’atleta o la persona).

Quella pressione però sembra non sentirsi sulle sue spalle, anzi, sembra motivarlo. Da lì inizia un ascesa: entra nella NBA (National Basketball Association: la massima lega a livello Statunitense e mondiale) diventando professionista, colleziona 3 titoli NBA venendo eletto 3 volte miglior giocatore delle finali e 4 volte è eletto come miglior giocatore della lega; gioca ogni ruolo del gioco in maniera sublime e frantuma ogni record immaginabile; quello che più simboleggia la costanza che sta avendo è il seguente: è il più giovane della storia della lega a raggiungere quota  1000, 2000, 3000, 4000, 5000, 6000, 7000, 8000, 9000, 10000, 11000, 12000, 13000, 14000,15000, 16000, 17000, 18000, 19000, 20000, 21000, 22000, 23000, 24000, 25000, 26000, 27000, 28000, 29000, 30000 e 31000 punti in carriera.

Cosa può spingere una persona che ha ampiamente dimostrato di esser al massimo livello mondiale, che firma contratti milionari e miliardari (come con la Nike, che per tenerlo con sé a vita ha messo a disposizione la modica cifra di un miliardo di dollari), che ha vinto tutto quello che era possibile vincere (per più volte) a rimettersi in discussione ogni giorno, ogni mese ed ogni anno e a ingaggiare i migliori esperti di ogni settore sportivo (e non) per lavorare sulle sue “debolezze” e cercar di evolvere sempre di più?

La determinazione, la continua voglia di rinnovarsi, la spinta al miglioramento, il credere in se stessi sono caratteristiche impresse, anche se spesso nascoste, nel DNA di ognuno di noi. Purtroppo non tutti riescono a tirarle fuori, ma chi ci riesce, sente il proprio motore che aumenta i giri e lui, a mio avviso, ne è un esempio incredibile; in diverse interviste ha sempre sostenuto come la chiave di tutto non fosse un dono divino sceso dal cielo ma la cura della sua mente in primis e poi del suo corpo. Già, perché tra l’altro a quasi 34 anni ha appena terminato la miglior stagione che abbia mai giocato, conclusasi dopo l’ottava finale consecutiva, senza aver mai saltato una partita e, neanche a dirlo, sgretolando ogni record preesistente.

Oltre al lato sportivo, è grande anche fuori dal parquet: è attivo nella beneficienza, ha fondato la LeBron James Family Foundation, che ha come obiettivo l’aiutare le comunità in difficoltà ad avere un futuro più luminoso, lontano dalle avversità e i problemi che si vivono quotidianamente; raccoglie fondi in cui è il primo a investire per garantire un percorso di studi a scuola per i meno abbienti.

È molto legato alla sua famiglia, composta dalla moglie, Savannah Brinson, conosciuta a 16 anni e da cui mai si è diviso, e dai suoi 3 figli. Non è mai stato “ingabbiato” in gossip o uscite fuori dal coro, nonostante la sua vita sia perennemente sotto almeno una telecamera.

Completo controllo di sé e di quello che gli sta attorno, esattamente come sul parquet.

A Cleveland, fino al recente cambio di squadra del 2 Luglio 2018, c’era un enorme manifesto con la sua foto e una scritta-slogan ideata dalla Nike diversi anni fa, che meglio racchiude l’essenza dell’uomo e giocatore nativo di Akron che recita:

“We are all Witnesses” – Siamo tutti testimoni.

 

Parliamo di qualcosa che ha segnato la sua generazione e sta segnando quelle future.

 

“L’onnipotenza logora chi non ce l’ha” disse il giornalista e telecronista Federico Buffa al termine di una partita da consegnare ai posteri, e come contraddirlo.

 

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