Quale futuro lavorativo ci sarà per noi e i nostri figli in un mondo dove robot e intelligenze artificiali ruberanno il posto a milioni di persone? La risposta risiede nello sviluppo della capacità relazionale e dell’intelligenza emotiva. Andrea Forni ingegnere ambientale di UPE dà un sintetico quadro della situazione attuale.

Si sente parlare da qualche tempo di Industria 4.0 sia a livello nazionale che a livello globale. Recenti studi internazionali hanno evidenziato che l’uomo nell’arco di alcune decine di anni verrà sostituito da robot, da intelligenze artificiali capaci addirittura di imparare da sole il mestiere, facendo in certi casi anche meglio dell’essere umano.

Una ricerca della Mc-Kinsey Global Institute (MGI) del Maggio 2017 ha preso in esame 2000 attività lavorative in 820 tipi di lavoro giungendo alla conclusione che circa la metà delle occupazioni (49%) potrebbero essere, se non completamente, almeno parzialmente automatizzate da qui ai prossimi venti-trent’anni: in totale si parla, a livello globale, di oltre 1 miliardo di posti di lavoro lasciati alle macchine. Altro che rivoluzione industriale.

Circa alle stesse conclusioni erano già giunti nel 2013 Benedikt Frey e Michael Osborne della Oxford University, analisi riprese in un lavoro uscito successivamente nel febbraio 2015: il 47% dei lavori negli USA è “altamente” a rischio sostituzione con robot.

Fonte: Oxford University



Uno dei vantaggi positivi è che ci sarà un incremento di produttività dei paesi industrializzati che potrebbe portare ad un incremento annuale addirittura di un punto percentuale.

Ma quali sono le categorie più a rischio? Tornando allo studio MGI si legge che i lavori che presentano elevate percentuali di attività automatizzabili si ritrovano nell’agricoltura, nel settore manifatturiero, nei trasporti, nel settore estrattivo, alberghiero e nei servizi legati al mondo dell’alimentazione. I lavori meno sostituibili, invece, sono quelli legati a settori dove il rapporto e le capacità relazionali sono fondamentali come l’istruzione e i servizi di management.
Certo, con l’uso crescente della tecnologia saranno create nuove figure professionali, ma non arriveranno a riequilibrare i posti di lavoro persi.

Le istituzioni pubbliche di ogni paese saranno chiamate ad investire considerevoli fondi nella formazione tecnica e professionale alla luce di questo fenomeno che si annuncia dirompente.

In attesa che arrivino (se arriveranno) gli investimenti pubblici sui corsi di formazione, il consiglio è quello di sviluppare la cosiddetta intelligenza emotiva, che risiede in ciascuno di noi e comprende, tra l’altro, le capacità di comunicazione intra e interpersonale, capacità che un robot, per il momento, non riesce a sostituire.

Su questi aspetti la nostra Università non si lascia certo prendere di sorpresa: da anni UPE propone nei suoi corsi di formazione la Comunicazione Umana Interattiva (CUI), disciplina che sviluppa appunto il potenziale umano, composto da talenti, capacità, attitudini e doni e consente esperienze che stimolano l’espansione e l’evoluzione umana.

Fonti: http://www.mckinsey.com/global-themes/employment-and-growth/technology-jobs-and-the-future-of-work
http://www.oxfordmartin.ox.ac.uk/publications/view/1883
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