Attraverso questa teoria la psicologia sociale ci descrive il meccanismo inconsapevole che possono attuare gli individui quando si trovano a vivere una dissonanza tra il proprio pensiero e l’esperienza reale o la manifestazione di questo.

Di Giovanni Ferro

 

La teoria della “dissonanza cognitiva”, proposta da Leon Festinger nel 1957, fa parte della famiglia delle teorie sulla “coerenza cognitiva”, le quali  presuppongono che le persone vogliano essere coerenti nel modo di pensare, sentire e agire. La dissonanza cognitiva è uno stato di tensione mentale che si prova quando abbiamo due o più cognizioni (pensieri, atteggiamenti, convinzioni) opposte o incompatibili tra loro, o quando le nostre credenze non corrispondono alle nostre azioni; ad esempio, se una persona crede che la monogamia sia un aspetto importante del proprio matrimonio ma ha una relazione extraconiugale, può provare disagio e senso di colpa (dissonanza).
La sensazione di disagio e il tentativo di risolvere la contraddizione provocati dalla dissonanza può portare ad un cambiamento delle proprie opinioni e dei propri atteggiamenti (1).

Per produrre prove a favore della dissonanza, Festinger e Carlsmith condussero un esperimento di psicologia in cui ai partecipanti, studenti che si erano offerti come volontari, fu chiesto di svolgere un compito particolarmente noioso, facendo però credere loro di contribuire ad una ricerca sulle “misure di prestazione”.
Durante la prima parte dell’esperimento ciascun volontario veniva posto davanti ad un tavolo sul quale erano disposte diverse file di tasselli quadrati, ognuno dei quali inserito in una fessura della stessa forma. Veniva richiesto di ruotare ogni tassello di novanta gradi a sinistra, per poi farlo tornare nella posizione originaria; una volta girati tutti i tasselli, bisognava ricominciare, ripetendo questa sequenza svariate volte. Nella seconda parte veniva richiesto di svolgere un compito simile a quello precedente, da ripetere anch’esso più volte.
Una volta completate le prime due fasi, i partecipanti venivano informati dallo sperimentatore che facevano parte del gruppo di controllo (2), e che solo ora avrebbero avuto un ruolo davvero utile: raccontare ai volontari successivi che i compiti da svolgere erano davvero interessanti. Quindi veniva offerto del denaro per la disponibilità ad eseguire quest’ultima richiesta, ad alcuni venne dato un dollaro mentre ad altri venti dollari.

Le persone che parteciparono all’esperimento furono indotte a comportarsi in modo contrario al proprio atteggiamento, acconsentendo ad affermare cose che in realtà non credevano vere, di conseguenza si è manifestata in loro la dissonanza.

Si verificava dissonanza maggiore, quindi un più forte stato di tensione emotiva, nella condizione in cui si riceveva un solo dollaro per mentire, per via della consapevolezza che altri ne avevano ricevuti venti per fare lo stesso.
Quindi, per ridurre lo stato di tensione conseguente a questa forte contraddizione, gran parte dei soggetti che avevano ottenuto un compenso minore si convinse che l’esperimento era stato davvero interessante, e valutarono l’esperimento in maniera più positiva di chi aveva avuto guadagni più alti.

Lo studio di Festinger e Carlsmith mostra il modo in cui affrontiamo le contraddizioni tra i nostri pensieri e come la dissonanza cognitiva porti a commettere errori sistematici.

È importante quindi essere il più onesti possibile con noi stessi, non credere alle bugie che ci diciamo ed essere consapevoli delle conseguenze “pericolose” che può avere la dissonanza cognitiva, perché è in grado di alterare la nostra interpretazione della realtà.

(1): Deriva dal latino “aptus” che significa “adatto e pronto all’azione”, è un’organizzazione di credenze, sentimenti e tendenze comportamentali verso oggetti, gruppi, eventi o simboli socialmente significativi.

(2): Gruppo di individui che durante l’esperimento vengono mantenuti nella stessa condizione di quelli in esame, senza subire il trattamento oggetto della sperimentazione; i comportamenti del gruppo di controllo e del gruppo sperimentale vengono poi confrontati per valutare gli effetti dei trattamenti sperimentali.

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Giovanni Ferro

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