Tempo fa, durante una sessione di lavoro al Residenziale Upe, riflettemmo su una domanda che recitava più o meno così: “quale delle tue ansie potrebbe essere un modo per nascondere il rifiuto di cambiare una brutta abitudine solo per pigrizia?”

In questo articolo trovate le basi anatomo-fisiologiche delle grosse difficoltà che si incontrano quando si cerca di cambiare delle abitudini radicate, magari perché poco proficue.

Ma non temete, cambiare si può, perché il nostro cervello è plastico e in continua evoluzione.

Buona lettura  



Le abitudini sono difficili da spezzare, anche le più semplici e quotidiane.

Ora un gruppo di ricercatori della Duke University guidati da Justin O’Hare ha scoperto che questa difficoltà ha una precisa ragione neurobiologica.
Secondo quanto riferito in un articolo pubblicato su “Neuron”, le abitudini lasciano un segno duraturo nella rete dei gangli della base, nuclei sottocorticali di sostanza grigia che controllano azioni motorie e comportamenti compulsivi, compresa la dipendenza da sostanze.

Gli autori hanno addestrato alcuni topi a consumare diverse quantità di zucchero dopo aver azionato una leva, e hanno poi selezionato i roditori che la azionavano ripetutamente anche dopo aver ricevuto la razione.
Questi sono stati classificati come i topi che avevano sviluppato un’abitudine.
In seguito, O’Hare e colleghi hanno confrontato, con una tecnica di imaging cerebrale, i cervelli dei topi “abitudinari” con quelli degli altri, analizzando, in particolare, i gangli della base, in cui sono presenti due tipi di cammini neuronali che veicolano messaggi opposti: uno trasporta i segnali di stimolazione, l’altro di inibizione.

Microfotografia di campioni di tessuto dei gangli della base dei topi studiati: i circuiti cerebrali di tipo stimolatorio sono colorati in rosso, quelli di tipo inibitorio in verde (Credit: Kristen Ade, Duke University)

La sperimentazione ha rivelato che entrambi i cammini erano più attivi nei topi abituati allo zucchero: ciò ha sorpreso gli autori poiché l’inibizione è generalmente vista come il meccanismo che contrasta con la manifestazione di un comportamento.

Il gruppo ha scoperto inoltre alcune differenze tra i due tipi di topi riguardo ai tempi di attivazione nei due cammini: nei topi abitudinari, il cammino di stimolazione si attivava prima del cammino d’inibizione, mentre negli altri topi avveniva l’inverso.
Un dato rilevante è che questi cambiamenti nelle circuitazioni cerebrali erano così evidenti e duraturi che per i ricercatori era possibile prevedere quali fossero i topi abitudinari solo osservando le immagini dei cervelli.

Ma che cosa succede invece ai gangli della base quando l’abitudine si spezza? Per verificarlo, i ricercatori hanno incoraggiato i topi a cambiare le loro abitudini ricompensandoli solo se smettevano di premere la leva.
Dall’analisi è emerso che gli animali più capaci di uscire dall’abitudine erano quelli in cui i cammini di eccitazione dei gangli della base erano più deboli.

Non è ancora chiaro come queste nuove informazioni possano aiutare a individuare possibili bersagli terapeutici per nuovi farmaci, con l’obiettivo di interrompere le abitudini che possono diventare deleterie per le persone.
I gangli della base, spiegano i ricercatori, sono coinvolti in un’ampia gamma di funzioni, e per questo motivo potrebbe essere difficile intervenire su di essi in modo mirato.

Tratto da “Le Scienze” del 22 gennaio 2016

Di seguito il link allo studio citato nell’articolo:

http://www.cell.com/neuron/fulltext/S0896-6273(15)01134-4

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Alessandra Fais

Medico, comitato scientifico UPE

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