Chiara Vigo: ritratto di una donna che è l’unico Maestro del bisso, produce meraviglie con la seta del mare e salvaguarda la biodiversità.

UPE raccoglie storie di persone straordinarie che scavalcano la paura con il coraggio e compiono imprese da esseri umani liberi.

Sembra una dea arcaica, una magna mater dal viso fiero e segnato da un tempo senza tempo, con faville di fuoco negli occhi e una energia sapiente fra le dita. 

È Chiara Vigo, la Signora del bisso, il “filo d’acqua” una sorta di impalpabile e cangiante “seta” mediterranea, quasi impercettibile al tatto e ricavata dai filamenti secreti da un raro e grande mollusco bivalve, la Pinna Nobilis (nota come «nacchera»), protetta dal 1992 dall’Unione Europea perché in via di estinzione.

Introdotta alla cultura del bisso e alla tessitura dalla nonna Leonilde Mereu, figura straordinaria nota a Sant’Antioco e in Europa, che scendeva in mare totalmente vestita per cercare il mollusco, ricavarne il filamento e utilizzarlo nei suoi arazzi, Chiara, che ora ha sessant’anni, eredita e custodisce il segreto della raccolta della bava e della produzione del bisso e della sua lavorazione in opere che riprendono i temi visivi della tradizione antica: i leoni, gli uccelli, i pavoni.

Gli arazzi e i tappeti fatti con il bisso erano profusi di oro e il mare restituiva loro una sfumatura ambrata, ma per realizzarli si imponevano anche sacrificio, pazienza, fatica, duro lavoro in acqua marina, studio e costanza.

Dalla nonna – che chiama Maestro – Chiara ha imparato la sapienza, la cura del dettaglio nella tessitura, la colorazione derivata dalla natura (melograno, elicriso, bucce di cipolla, lentischio, robbia, mirto, macerazioni, decotti).

Tutta una civiltà del Mediterraneo sud orientale è racchiusa nel bisso, “la seta”, “l’oro del mare”.

Così è stato definito al convegno della scuola di Leumann a Torino nel 2002, ed è stato riconosciuto nel lavoro di Chiara una straordinaria tenacia nella lotta contro il tempo e contro la scomparsa di una specie così importante dalle acque dell’isola: perché questo mollusco ha grandi difficoltà di sopravvivere in un ambiente non protetto, inquinato da allevamenti ittici in vasca (che scaricano rifiuti chimici nelle acque), stravolto dalla pesca a strascico invasiva e distruttiva, il tutto nonostante una direttiva comunitaria imponga invece di preservare e salvaguardare l‘esistenza della pinna nobilis.

Chiara si adopera per questa salvaguardia, e ha condizionato in questo senso la propria tecnica: estrae la bava e poi “ri-insabbia” e non cattura il mollusco. Ma in questa attenzione è abbastanza sola. Ora attende che nell’isola di Sant’Antioco si realizzi il progetto di una scuola della seta di mare, per conservare memoria e conoscenza di una cultura millenaria.

Intanto sulla porta del suo museo-laboratorio, in una stanza spartana annidata sull’isola di Sant’Antioco a Sud-Ovest della Sardegna, due cartelli manoscritti informano cortesemente i visitatori di tutto il mondo sullo spirito che anima la meta del loro viaggio, chiarendo il genius loci che dimora nel sito: «La fretta non abita qui».
E, giusto per chiarire ulteriormente: «In questa stanza non si vende NIENTE». Un inattuale elogio della lentezza, e del disinteresse, che non guasta nell’era della simultaneità mercantile.
Tanto per inciso, Chiara rifiutò con gentile fermezza, nel 2001, ben 2 miliardi e mezzo di vecchie lire offerti dai giapponesi per una sua opera in omaggio al femminino, «Il Leone delle Donne», un prezioso arazzo ricamato con un bisso pescato da sua nonna nel 1938.

«Io non sono un artigiano, e non sono un’artista, perché la mia specialità è sacra», ama ripetere Chiara Vigo: «il bisso non si vende e non si compra perché è un bene dell’umanità, dunque non mi appartiene. I maestri lo ereditano, lo filano e lo tessono per donarlo alla collettività, vivono di offerte, si alzano alle tre del mattino e pregano per la pace nel mondo». Non sono parole retoriche: Vigo le pratica con adamantina e incrollabile coerenza.
Fedele alla litania del suo giuramento:

«Ponente, Levante, Maestro e Grecale

prendete la mia anima e

buttatela nel fondale

che sia la mia vita

per Essere, Pregare e Tessere

per ogni gente

che da me va e da me viene

senza tempo, senza nome, senza colore, senza confini,

senza denaro

in nome del Leone dell’Anima mia e

dello Spirito Eterno

così sarà».


Quello di Chiara è lavoro di infinita pazienza, accompagnato da canti ancestrali che evocano sonorità aramaiche e nuragiche, ma che non pongono la Signora del bisso fuori dal tempo, anzi. Semmai, in un tempo dell’Origine sul quale vale la pena di riflettere.
Magari con una visita di persona nella periferia incantata di Chiara Vigo.
Come fanno migliaia di persone di tutto il mondo che ogni anno vanno in pellegrinaggio al suo Museo-laboratorio del Bisso, con accademici che da Australia, Usa, Svizzera, Francia, Israele (in particolare rabbini paleografi ed epigrafisti) chiedono di conoscere e studiare la sua arte, e con studenti universitari che svolgono su di lei le loro tesi di laurea.

Info:www.chiaravigo.it.

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