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Lo stato di ipnosi è collegato con variazioni nell’attività dei neuroni di specifiche aree cerebrali.

A identificare questa correlazione è stato un gruppo di neuroscienziati della Stanford University che firmano un articolo su “Cerebral Cortex

È stato dimostrato che nei pazienti che possono essere facilmente ipnotizzati – circa una persona su dieci in generale – questa tecnica è efficace nel ridurre il dolore cronico, il dolore del parto e quello connesso ad altre procedure mediche. Il risultato dei ricercatori di Stanford potrebbe quindi suggerire un modo per applicare l’ipnosi anche alle persone che non sono naturalmente suscettibili a questa tecnica.

Finora le ricerche sull’ipnosi si sono concentrate sugli effetti sul dolore, sulla visione e su altre forme di percezione, mentre David Spiegel e colleghi hanno studiato l’ipnosi in sé.

Gli scienziati hanno effettuato scansioni di risonanza magnetica funzionale su 36 soggetti classificati come altamente ipnotizzabili, sia prima sia durante la trance. Poi hanno confrontato queste risonanze con quelle di un gruppo di controllo di persone fortemente refrattarie all’ipnosi. In questo modo i ricercatori hanno scoperto nei soggetti ipnotizzabili una diminuzione dell’attività nella parte dorsale della corteccia cingolata anteriore, “come se la persona – spiega Spiegel – fosse così assorta in qualcosa da non badare a null’altro”.

Inoltre, Spiegel e colleghi hanno osservato un aumento dell’attività di collegamento tra altre due aree del cervello, la corteccia prefrontale dorsolaterale e l’insula, collegamento coinvolto nel controllo cerebrale di ciò che sta avvenendo nel corpo.

È invece apparso ridotto lo scambio di informazioni tra corteccia prefrontale dorsolaterale e corteccia prefrontale mediale da un lato e la corteccia cingolata posteriore dall’altro.
In particolare sono apparse particolarmente colpite dalla riduzione le reti di queste aree che più partecipano alla cosiddetta attività di default, quella sorta di “rumore di fondo” che caratterizza il cervello anche quando è a riposo.

Secondo i ricercatori, la riduzione di quest’ultima attività è correlata allo scollamento fra le azioni della persona ipnotizzata e la sua consapevolezza di quelle azioni. In altre parole, una persona può fare qualcosa (l’azione suggerita dall’ipnotizzatore) impegnando solo le aree strettamente necessarie allo svolgimento del compito, ma senza investire alcuna risorsa mentale per monitorare lo svolgimento ed esserne consapevole.

Articolo tratto da “Le Scienze” del 29 luglio 2016

Di seguito il link allo studio citato:

www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27469596

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